Concertare stanca
Dietro le varie marce indietro fatte registrare nelle ultime ore dal presidente del Consiglio sul tema delle liberalizzazioni (vedi il caso dei taxi, vedi il caso delle farmacie) si nasconde un problema legato alle difficoltà incontrate da questo governo (e non solo da questo naturalmente) a districarsi in modo efficace tra la parola “contrattazione” e la parola “consultazione”.
22 AGO 20

Dietro le varie marce indietro fatte registrare nelle ultime ore dal presidente del Consiglio sul tema delle liberalizzazioni (vedi il caso dei taxi, vedi il caso delle farmacie) si nasconde un problema legato alle difficoltà incontrate da questo governo (e non solo da questo naturalmente) a districarsi in modo efficace tra la parola “contrattazione” e la parola “consultazione”. Negli ultimi giorni, si sa, i sindacati dei lavoratori, e non solo loro, si sono lamentati molto per il fatto che il governo si sia limitato a consultarli sulle misure di emergenza rifiutando invece una vera e propria contrattazione, in vista di quella che si è soliti chiamare “concertazione sociale”. Dal punto di vista formale e istituzionale la questione è chiarissima: il governo deve ottenere il consenso del Parlamento e superare la verifica che spetta al Quirinale, e non ha alcun obbligo di ottenere altre approvazioni. In altre fasi di crisi economica grave, cui si rispose con governi dalla maggioranza “anomala”, videro un ruolo assai più penetrante del sindacato.
Durante il governo di solidarietà nazionale di Giulio Andreotti e quello tecnico di Carlo Azeglio Ciampi (ma già con il primo di Giuliano Amato) si dovettero introdurre misure di austerità, accompagnate da intese con i sindacati. Su quelle scelte, però, si ottenne, seppure attraverso negoziati defatiganti, una convergenza tra le rappresentanze del lavoro e quelle delle imprese. Anche il decreto di San Valentino del governo di Bettino Craxi fu concertato con Cisl e Uil, ed emanato nonostante l’ostilità della maggioranza comunista della Cgil. Allora, però, il “potere sindacale” poggiava su un vasto riconoscimento della rappresentanza e la forza delle mobilitazioni unitarie era in grado di spezzare le maggioranze composite tipiche della “Prima Repubblica”. Inoltre il sistema delle relazioni industriali è in una fase critica, testimoniata dal fatto che il contratto del maggiore gruppo industriale privato è stato raggiunto senza la Confindustria e senza la Cgil. Ora pare che siano state più efficaci le pressioni dei tassisti di quelle delle confederazioni del lavoro e questo dovrebbe far riflettere.
Mario Monti, che da osservatore aveva scritto che “i provvedimenti di liberalizzazione non dovrebbero essere oggetto né di concertazione né di decretazione d’urgenza”, ora da governante ha fatto il contrario, prima emanando un decreto e poi rimangiandosene una parte, subendo quello che definiva “un potere di veto di fatto concesso alle categorie ammesse al concerto”. Governare è più difficile che governare, ma Monti e i suoi interlocutori dovrebbero tener conto di come un trattamento così asimmetrico delle rappresentanze finisca con l’umiliare quelle più numerose e spingere tutti, a lungo andare, verso un’autodifesa corporativa e cieca.